Diplomarsi in una high school americana

Photo by Emily Ranquist on Pexels.com

Leo me lo dice da quando siamo qui in Texas: mamma, a volte mi sembra di vivere in un film. E ha proprio ragione. L’ho pensato l’altra sera, durante la consegna dei diplomi alla high school, mentre io e suo papà piangevamo insieme guardandolo far volare in aria il suo cappello e, con esso, i suoi mille sogni.

Sono stati quattro anni di scuola intensi, a tratti drammatici, a tratti euforici. Anni di ribellione, di feste, di scorribande in macchina (le sue) e di lunghe sere aspettando che tornasse a casa (le mie). Sono stati quattro anni sicuramente non di studio intenso, anzi, ma di grandi amicizie, quello sì. Anni di partite di football (almeno i primi due), ma soprattutto anni di “ma tu non hai mai compiti?”. Sono stati anni in cui ci siamo chiesti se ne fosse valsa la pena, e anni in cui ci siamo detti che sì, ne era valsa davvero la pena. Sono stati anni di voti alti e voti bassi, di picchi di interesse e di cadute rovinose, di sedute dalla counselor, di lezioni saltate per andare a pescare con gli amici, di chiacchierate con gli insegnanti con spirito da adulto ad adulto, non da docente a studente. Sono stati quattro anni scolastici solo suoi, mai nostri. Anni di assoluta autonomia, nel bene e nel male, anni di responsabilità, anni in cui l’unica faccia messa in campo è stata quella di Leo.

La High School americana, bisogna dirlo, non ti ammazza di fatica, perché non è un banco di prova in cui sperimentare frustrazione e dolore, come da noi in Italia, ma piuttosto un parco giochi per la mente, una vera palestra di vita, ma una vita americana, fatta di sogni e di aspirazioni. Per Leo, di natura ottimista e costruttiva, la high school americana gli è andata a pennello come un vestito su misura.

La cerimonia di graduation non fa che chiudere questi anni di esperienze e di progetti con lo stesso spirito di festa e di “andrà tutto bene”, che però è diverso dal nostro analogo monito pandemico, in cui già si sentiva tra le righe aria di tragedia. Qui la consegna dei diplomi è vissuta davvero con gioia solenne. E’ una pietra miliare nella vita di questi giovani, un rito di passaggio, una vera iniziazione a una vita di successi. Cappello e palandrana, entrambi fatti di un tessuto acrilico improponibile, costano come un vestito di Gucci, ma non si bada a spese, anzi, insieme al pacchetto “base” io ho aggiunto una t-shirt con su scritto “Senior 2022 – I’m done!”, una borraccia e altri gadget inutili, tanto per arricchire il bilancio già rispettabile della scuola.

Per mesi abbiamo pensato al giorno della graduation. Abbiamo aspettato quel momento magico in cui il diploma sarebbe passato nelle mani del nostro scapestrato, brillante, capellone e bisbetico figlio diciottenne. Ci siamo chiesti l’effetto che avrebbe fatto, e ovviamente non siamo rimasti delusi. Perché è stato stupendo, unico.

Sono grata di essere stata in questi anni la mamma di uno studente di high school americana. Prima di tutto perché, mentre le mie amiche italiane oggi sono tutte alle prese con l’esame di maturità dei loro figli, io ho dovuto solo pensare a come vestirmi per la cerimonia… In secondo luogo perché, dopo aver vissuto negli USA, credo che la vita debba essere vissuta con gioia e positività, cosa che secondo me in Italia proprio non siamo capaci di fare, a partire dai banchi di scuola. Qui, invece, è stato possibile, per Leo ma anche per noi genitori. Credo che il modo migliore per chiudere un capitolo e aprirne un altro sia proprio fare una grande festa, in grande, con luci e palloncini, discorsi incoraggianti, strette di mano, nomi e cognomi scanditi davanti a tremila persone. Credo che nessuno di noi dimenticherà questa notte di festa. Io, per essere sicura di non dimenticarla, la divido anche con voi…

Antonella, Io me ne andrei


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