La stagione degli uragani in Florida

Ufficialmente, si definisce “stagione degli uragani atlantici” quel periodo dell’anno che va dal primo di giugno al 30 novembre. Queste date valgono per tutti i Paesi potenzialmente interessati dalle cosiddette attività cicloniche, che non consistono solo negli uragani, ma anche in altri fenomeni atmosferici, quali per esempio le più comuni e meno temute tempeste tropicali.

All’interno di questo periodo, vi è poi una fascia più ristretta di tempo, considerata la più a rischio uragani, che va da metà agosto a metà ottobre, che potremmo definire il picco della stagione. Credo non sia un caso che gli ultimi due uragani transitati dalle nostre parti, Irma e Ian, siano giunti entrambi nel mese di settembre, che personalmente definirei il mese più rischioso di tutti, relativamente alla Florida.

Ma io, purtroppo non sono Luca Mercalli.
Per questo motivo, invece che a luglio, in Florida farei chiudere le scuole e tutto il resto a settembre.
Ma io non sono nemmeno Ron De Santis.

Nell’arco di questi sei mesi, chi come noi vive nelle zone a rischio, potrebbe (e dovrebbe) dedicarsi a una serie di piccole e grandi attività precauzionali utili in caso di arrivo effettivo dell’uragano.
I più meticolosi, per esempio, si portano avanti col lavoro montando gli shutters alle proprie finestre, che rimarranno così oscurate per i sei mesi successivi.

Non è obbligatorio per legge, certo, ma è un modo per giocare d’anticipo, senza aspettare di ritrovarsi a ridosso dell’evento, quando magari è necessario pensare a cose più urgenti, tipo organizzare un piano di evacuazione per la propria famiglia. Il montaggio degli shutters può richiedere infatti anche un paio d’ore, che, a ridosso di un uragano in arrivo, possono essere difficili da trovare, soprattutto se sta già piovendo.

Altra utile attività da svolgere è la pulizia delle piante e dei giardini, in modo che non rappresentino un pericolo per i tetti e le finestre della casa, propria e altrui: molti alberi vengono potati con tagli drastici, dalle palme vengono raccolte tutte le noci di cocco, vengono puliti i canali di scolo e svuotate le grondaie dal fogliame accumulato.

In genere, riusciamo ad avere una quasi matematica certezza del punto esatto di impatto di un uragano sulla terraferma (“landfall“) a 48 ore dal suo arrivo. Due giorni, durante i quali abbiamo il tempo per decidere cosa fare e dove andare. Chi pensa di non aver abbastanza tempo, se lo deve trovare: abbandonare qualsiasi tipo di attività in cui si sia coinvolti in quel momento, compreso il proprio lavoro, è considerato normale, tanto che, addirittura, spesso capita di essere preceduti in questa decisione dagli stessi datori di lavoro e dalle scuole, che dichiarano la chiusura con un paio di giorni di anticipo. Ogni minuto, da lì in avanti, andrà sfruttato al meglio, per organizzarsi a svolgere il necessario, ma senza farsi prendere dal panico.

Questo, del resto, è l’aspetto “confortante”, se così possiamo definirlo, degli uragani: al contrario di altre calamità naturali, quali per esempio i terremoti, rimangono abbondantemente prevedibili, la qual cosa permette dunque di ridurre al minimo i possibili danni e disagi conseguenti, anche se non di azzerarli del tutto.

In linea di massima, quando ormai si è certi che l’uragano sta per farci visita, esistono umanamente due sole opzioni tra cui scegliere: evacuare, o chiudersi in casa in attesa che passi e incrociare le dita.

Ognuna di queste soluzioni ha i suoi pro e i suoi contro e non è sempre detto che l’una sia meglio dell’altra, anche perché ciascun uragano è dotato di specifiche caratteristiche sue proprie, diverse dai precedenti, e il suo passaggio può portare o meno con sé diversi tipi di effetti collaterali particolari che non dipendono esclusivamente dalla sua categoria, velocità o dimensione, ma da tantissimi altri fattori, quali la temperatura dell’aria, quella dell’acqua dell’oceano che sta attraversando, la direzione dei venti, non ultimo se prima di “atterrare” incontra sul suo percorso ostacoli di un certo volume, quali grossi arcipelaghi, che ne potrebbero modificare l’intensità e/o la direzione, ecc.

Parlando di effetti collaterali, per esempio, si citano spesso i due fenomeni, a volte confusi tra loro, del flooding (allagamento) e della storm surge (onda di tempesta), che non sempre sono concomitanti all’uragano: Irma, più potente di Ian, devastò i centri colpiti soprattutto a causa del vento fortissimo, mentre Ian ha provocato più danni con l’acqua portata dalle storm surge.

Evacuazione in caso di uragano

Qualche riga più su ho parlato di “scelta”, anche se, in alcune situazioni e in alcune zone, qualora ne sussistano le condizioni, l’evacuazione potrebbe essere, non solo consigliata, ma proprio ordinata dalle autorità, le quali, una volta emanato l’ordine, sebbene non possano di fatto costringere la popolazione con la forza a lasciare la propria abitazione, da quel momento in poi, non sono più ritenute responsabili per la loro incolumità e nel caso qualcuno dovesse aver bisogno di aiuto, non potranno garantire il soccorso: se hai deciso di restare in una casa in riva al mare e poi ti trovi abbarbicato sul solaio, circondato da squali e alligatori, come puoi aspettarti che ti possano venire a recuperare in tempi ragionevoli, mentre fuori imperversa l’uragano e i mezzi di soccorso sono tutti bloccati in qualche rifugio?

L’evacuazione comporta lasciare la propria abitazione e partire in macchina.
In tal caso, occorrerà considerare diverse possibilità:

  • dirigersi verso una località non interessata dall’uragano e pernottare in un albergo. Con Irma, gli hotel furono tenuti a ospitare gli evacuati gratuitamente, compresi eventuali animali domestici al seguito.
  • Rimanere in zona e recarsi in uno dei cosiddetti shelters, cioè edifici dichiarati anti-uragano, quali scuole o chiese dislocati nell’area, anch’essi tenuti ad accettare animali domestici.
  • Per i più fortunati, farsi ospitare da qualche parente o amico, che vive in una città fuori pericolo.
  • Alla peggio, se non si sa proprio dove andare, procedere in macchina, seguendo direzioni diverse dal percorso previsto dall’uragano, senza una meta specifica, ma con l’alta probabilità di dover dormire in auto: le arterie di comunicazione principali saranno molto trafficate. Controllate con largo anticipo di avere sufficiente benzina nell’auto: le stazioni di servizio della zona verranno prese d’assalto per riempire le taniche per i generatori e il carburante scarseggerà nei giorni precedenti l’arrivo dell’uragano.

In ogni caso, qualsiasi sia la vostra modalità di evacuazione, attenzione a chi come noi possiede animali domestici quali gatti e pesciolini in un acquario, perché ovviamente essa non riguarda solo i membri homo sapiens della famiglia. Occorre preparare le proprie valigie, ma portarsi anche tutto l’occorrente per gli animali domestici. Non si sta partendo per una vacanza. Non basta chiudersi il portone a chiave alle spalle e andare via. La casa va lasciata in sicurezza. Compreso il giardino e qualsiasi oggetto ingombrante vi si trovi all’interno, tipo cassonetti dell’immondizia, attrezzi, barbecue, scivoli, altalene, ecc.

Valutare anche la possibilità che, se costretti a dormire in auto, ci si possa stare comodi e al caldo, grazie a qualche materassino da campeggio, cuscini e coperte.

Dato che con ogni probabilità mancherà la corrente per diversi giorni, occhio a tutto ciò che è contenuto nel frigo e nel freezer.

Ricordarsi di portare con sé tutti i documenti più importanti, prelevare del contante, e lasciare il resto dei documenti non indispensabili in un posto sicuro e asciutto.

In principio, quando Ian era ancora lontano dalle coste della Florida, ma questa veniva data come la probabile vittima sacrificale, io e la Vivi avevamo considerato fortemente la soluzione di evacuare, salvo poi gradualmente cambiare idea, via via che le notizie si facevano più precise.
Tanto che, a un certo punto abbiamo deciso di rimanere chiusi in casa.

Vi racconto nel dettaglio quali sono state le ragioni che ci hanno portato a tale scelta e le conseguenti strategie messe in atto, nel mio post “L’uragano Ian”.

Pietro, Provenzano’s Blog

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