Itanglese – è nata una nuova lingua

Una decina di anni fa cercavo lavoro in Italia. Dopo mesi di ricerca mi contatta un’agenzia di lavoro per fissare un colloquio per una posizione di commerciale estero. Il giorno del colloquio mi accoglie la responsabile delle risorse umane che, dopo una serie di domande psico-attitudinali, inizia a parlarmi di una posizione di agente di commercio. “Se fosse interessato dovrebbe usare la sua auto, e pagare tutte le spese. Non forniamo uno stipendio fisso però può guadagnare molto bene con le commissioni.” Insomma il classico agente porta a porta. “Mi scusi – chiedo- ma la posizione sul vostro annuncio non era commerciale estero?” E lei: “Si, si, ma quella è una posizione per ragazzini, io preferisco forwardarla su una posizione ben diversa. Sa, ci sono molte opportunità in questo settore, potrebbe addirittura arrivare a guadagnare…” Forwardarla? Non ascoltavo neanche più ciò che stava dicendo. Forwardarla! Ho ringraziato, ho salutato e sono andato via. Quella parola mi è rimasta in mente per mesi. Forwardarla! Non ci potevo credere.

Perché siamo così ossessionati dalle parole inglesi e adoriamo tutto ciò che proviene dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti? Negli ultimi anni abbiamo importato Halloween e il Black Friday e ogni giorno moltissime parole straniere vengono aggiunte a quelle italiane e in molti casi vanno addirittura a sostituirle. Con molta naturalezza, senza una forte opposizione da parte delle parole italiane. Vengono sconfitte facilmente, cadono stecchite sotto i colpi delle parole straniere e cadono nel’oblio. Va bene essere aperti al mondo ma è proprio necessario dire meeting, briefing, brunch, know-how, brainstorming, road map, bodyguard, jobs act? Abbiamo le parole italiane. Usiamole. È il fenomeno dell’Itanglese ed è ormai dilagante.

Nel racconto di Raymond Carver, intitolato Vicini, Bill e Arlene Miller vivono accanto all’appartamento di Jim e Harriett Stone. I Miller sono convinti di condurre una vita meno entusiasmante di quella degli Stone. Spesso, quando vanno in vacanza, gli Stone chiedono ai Miller di dare un’occhiata al loro appartamento, di innaffiare le piante e dare da mangiare al gatto Kitty. E così i Bill e Arlene entrano in casa dei vicini, e restano lì per ore. Aprono i loro cassetti, bevono il loro il whisky, fumano i loro sigari, e indossano i loro vestiti. Ecco, troppo spesso ci comportiamo come Bill e Arlene: invidiamo la cultura degli altri e amiamo vestirci delle loro parole.

E’ una venerazione che arriva ai limiti del ridicolo in TV quando viene invitato un ospite di caratura internazionale che concede un’intervista. Non appena arriva la star e saluta biascicando un incerto “Sciao Italia!”, il pubblico va in visibilio. Che bello, la star americana che parla italiano! Io pagherei oro per vedere qualcuno del pubblico alzarsi e gridare: “Mi scusi Sua altezza internazionale, per questa intervista ha incassato mezzo milione di euro, pagati con i soldi del canone, poteva almeno imparare un verbo o un aggettivo in più.” Ma siamo fatti così, l’Italiano è la lingua più bella al mondo ma ci invaghiamo della lingua degli altri.

Esiste però un movimento di resistenza, proprio qui negli Stati Uniti, che combatte con fierezza. È l’Englitalian degli Italo-Americani della vecchia generazione che, fedeli alla lingua di origine, non si piegano all’uso totale della lingua inglese e la mescolano con l’italiano. E quindi park the car diventa apparcare il carro, cake diventa checca, i tubi (pipes) diventano le pippe, cabinets diventano gabinetti e il market diventa la marchetta.

A parte le battute sul folklore, le mescolanze linguistiche sono molto interessanti quando restano in sano equilibrio e non diventano dominazione di una lingua sull’altra. E quindi usiamo meglio la nostra lingua e non lasciamola travolgere dalla mania dei prestiti linguistici. Le parole sono importanti, diceva qualcuno, e sono il veicolo della nostra cultura.

Torno a vivere in America


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