Claudette, la ragazza dimenticata

Febbraio è il mese della storia degli afroamericani, e la celebrazione annuale del Black History Month è un momento per riconoscere il loro ruolo centrale nella storia degli Stati Uniti.

Voglio quindi ricordare in questa occasione una donna che purtroppo è stata esclusa dai libri di storia, seppur con le sue azioni abbia preceduto di nove mesi il movimento di boicottaggio degli autobus di Montgomery.

Claudette Colvin venne arrestata il 2 marzo 1955 per aver rifiutato di rinunciare al suo posto su un autobus, durante la segregazione razziale negli Stati Uniti d’America, nove mesi prima che un analogo episodio rendesse famosa Rose Parks.

Quel giorno Claudette aveva 15 anni e prese l’autobus per tornare a casa dal liceo.

Ad un tratto, l’autista le ordinò di alzarsi e lei rifiutò, dicendo che aveva pagato il suo biglietto e che era un suo diritto costituzionale.

Due agenti di polizia l’ammanettarono e l’arrestarono.

Proprio in quei giorni a scuola, stava studiando i leader neri come Harriet Tubman, la schiava in fuga che guidò tantissimi schiavi verso la libertà attraverso la rete dell’Underground Railroad.

Nella classe si era anche parlato delle ingiustizie che i neri subivano quotidianamente in base alle leggi sulla segregazione, come non poter mangiare al banco del pranzo e non poter provare i vestiti nei negozi.

La testa di Claudette in quei giorni, era troppo piena di storia nera e dell’oppressione che stavano ancora subendo.

Qui di seguito, alcuni estratti del suo racconto:

“Uno di loro chiese all’autista con tono molto arrabbiato chi fossi e quest’ultimo indicandomi, rispose: ‘Non è niente di nuovo… ho già avuto problemi con quella cosa’.
Mi chiamò una ‘cosa’.
Vennero da me e uno di loro mi disse:
‘Non ti alzi?’ e io risposi ‘No, signore’.
Gridò di nuovo ‘Alzati’.
Iniziai a piangere, ma continuavo a ripetere:
‘È mio diritto costituzionale sedere qui, tanto quanto quella signora. Ho pagato il prezzo, è un mio diritto costituzionale!’.
Sapevo che stavo rispondendo a un poliziotto bianco, ma ne avevo abbastanza.
Il poliziotto mi afferrò una mano e il suo collega afferrò l’altra, tirandomi su dal mio posto.
I miei libri volarono ovunque.
Iniziarono a trascinarmi all’indietro giù dall’autobus, uno di loro mi prese a calci, ma io non reagii.
Continuavo a urlare: ‘È un mio diritto costituzionale!’ Gridavo i miei diritti.
Lasciare l’autobus mi uccise.
Odiavo dare il mio posto a quella donna bianca.
Piangevo forte mentre i poliziotti mi misero nel retro della loro macchina e chiusero la portiera.
Mi ammanettarono, incrociai le mani sulle ginocchia e iniziai a pregare.
I due poliziotti mi insultavano e mi prendevano in giro, si alternavano cercando di indovinare la taglia del mio reggiseno, mi chiamavano puttana negra e scherzavano su parti del mio corpo.
Recitavo la preghiera del Signore e il ventitreesimo salmo ripetutamente nella mia testa, cercando di respingere la paura.
Mi portarono al carcere cittadino, senza darmi alcuna possibilità di fare una telefonata.
In mezzo alla cella ricominciai a piangere.
Non sapevo se qualcuno sapesse dove fossi o cosa mi fosse successo.
Non avevo idea di quanto tempo sarei rimasta lì.
Ho pianto e ho unito le mani e pregato come non avevo mai pregato prima”.

Intanto, i compagni di scuola che erano stati sull’autobus erano corsi a casa e avevano telefonato alla madre di Claudette nella casa dove lavorava come domestica. La donna chiamò il reverendo, che aveva una macchina, e insieme a lui si precipitò alla stazione di polizia e riportò sua figlia a casa.

Ci sono molte ragioni per cui Claudette Colvin venne praticamente dimenticata.

Dopo il suo arresto, la ragazza si trovò evitata da parti della sua comunità. Incontrò varie difficoltà e l’anno successivo diede alla luce un figlio dalla pelle notevolmente chiara, che in seguito fu confermato essere figlio di un uomo bianco.

I leader dei diritti civili ritennero che fosse un simbolo inappropriato.

Nel 1958, Claudette lasciò Montgomery per New York City, poiché aveva difficoltà a trovare e mantenere un lavoro. Dichiarò di essere stata etichettata come una piantagrane da molti nella sua comunità.

A New York non raccontò quasi mai la sua storia e disse che le organizzazioni nere pensavano che Rose Parks sarebbe stata una buona icona poiché era un’adulta.

Sabrina, Dodo e Mimi alla scoperta dell’America


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