Jackson Heights, Queens: il giro del mondo in un quartiere.

Abbiamo scoperto Jackson Heights, questo popolosissimo angolo del Queens fra l’aeroporto La Guardia e la più famosa Astoria, grazie a due carissimi amici -coppia non a caso italo-americana di linguisti- che qui hanno vissuto per parecchi anni prima di trasferirsi a Baltimore. E quando è stato il nostro turno di spostarci a New York, in uno dei primi weekend completamente vaccinati dedicato a pre-esplorare le aree che ancora non conosciamo della città, abbiamo deciso di visitarla. Grazie ai racconti di Federica e Alex sapevamo già della incredibile varietà culturale e linguistica di questa zona -che il New York Times definisce proprio “il quartiere più multi-etnico di New York, se non del mondo”- ma devo ammettere che passarci qualche ora camminando per le coloratissime e incasinatissime strade è stato come fare un vero e proprio viaggio intorno al globo.

Jackson Heights

Con quasi 200 mila abitanti e 167 idiomi parlati oggi, Jackson Heights è nata in realtà come progetto immobiliare privato di alcuni developers che all’inizio del 1900 ne intuirono la potenziale attrattiva per la middle-class, vista la vicinanza a Manhattan. Si notano infatti subito i grandi e squadrati blocchi residenziali con palazzi stile Tudor circondati da bellissimi giardini, a pochi isolati dalla fermata della metropolitana e dalle vie più commerciali della zona. Negli ultimi decenni tuttavia è diventata un vero e proprio punto di riferimento delle comunità latina, indiana e del sud-est asiatico (alle quali si è aggiunta fin da subito anche una nutritissima comunità LGBTQ, che qui ospita la seconda più grande Pride parade della città), che si intrecciano e si mescolano apparentemente in grande armonia. La condivisione degli spazi da parte di gente così diversa è talmente totale che, per citare proprio il NYT, “potete trovarvi in un edificio il cui proprietario è turco, l’amministratore greco, gli inquilini indiani e pakistani, dominicani e portoricani, musulmani, uzbeki ed ex ebrei sovietici. Persone che si erano uccise a vicenda appena prima di salire sull’aereo per l’America vivono l’una accanto all’altra.” La conferma di questa Torre di Babele moderna è stata per noi, appena messo piede in una delle vie principali, imbatterci nel ristorante fusion “nippo-tibetano”, con camerieri latini e menú in tre alfabeti -e che pare sia raccomandato nientepopòdimeno che dal famosissimo chef Eric Ripert de Le Bernardin.

Jackson Heights è stato però purtroppo anche uno dei quartieri di New York più colpiti dalla pandemia, specialmente nella prima ondata della primavera del 2020, e da dove i tantissimi immigrati, tra i quali molti clandestini che negli Stati Unti trovano sempre lavoro in nero, hanno mandato migliaia di dollari alle loro famiglie nel paese d’origine – non si contano i bugigattoli stile Western Union o cartelli che pubblicizzano avvocati specializzati in diritto dell’immigrazione – simbolo della grande e tristissima crisi umanitaria che ha toccato anche una delle città più ricche del mondo. Forse è per questo che molti nuovi volti della politica newyorchese come la popolarissima parlamentare Alexandria Ocasio Cortez -che qua fa spesso le sue campagne visto che è nel suo distretto- sanno che possono contare su di un bacino enorme e agguerrito come lei di persone giovani e provenienti dai più differenti background, e che rappresentano davvero il cuore dell’anima multirazziale dell’America.

Per una visita di un paio d’ore, si può partire da “Diversity Plaza“, chiamata non a caso così, che si colloca strategicamente all’incrocio di diverse linee della metropolitana e di Broadway, una delle arterie principali di Queens, e dove si trova anche un fornitissimo supermercato cinese. Da qui si percorre la Roosevelt Ave sotto i binari del treno appunto, dove ogni metro di marciapiede è un mosaico di cartelli in ogni lingua e alfabeto del mondo (ne abbiamo contati in spagnolo, bengalese, urdu and indu e cinese), che segnalano negozi, ristoranti e servizi per i più disparati bisogni (anche i più inconfessabili, come i vecchi “Romanticos“, case di appuntamenti galanti per uomini soli). Domenica mattina ne abbiamo trovati parecchi chiusi ma lo stesso siamo riusciti a gustare qualche dolcetto colombiano e fare un pranzo ecuadoriano in vero stile Cuencueño. Siamo poi passati sulla 37th Street, che è una via “aperta” altrettanto popolare, con case basse e molte attività commerciali, e che quella domenica in particolare era vivacizzata da un mercatino molto pittoresco pieno di pacchettini e fiori per la Festa della Mamma. In realtà avevamo cominciato il nostro giro la mattina da Travers Park nella zona più residenziale di Jackson Heights (quella dei palazzi Tudor), dove c’è un piccolo ma carino Farmers Market, che però od occhio mi è sembrato un punto di riferimento della comunità più “bianca” della zona, segno della progressiva gentrificazione che molte zone come questa stanno subendo in questi ultimi anni. Poco distante dal parco infine, potete trovare la chiesa dove è stato inventato il gioco da tavolo “Scrabble” (Scarabeo) e che attrae devoti –ça va sans dire– da tutto il mondo.

Vi consiglio davvero un giro in questo variegato sobborgo se siete a New York! Nel mio blog potete vedere un reportage fotografico che vi rende abbastanza l’idea dell’esperienza unica che potete fare.

Elisabetta Girardi


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