Vita in USA: perché i più o la amano o la detestano?

Evidentemente deve essere un periodo di bilanci visto il quello che ho scritto  il mese scorso.

Questa volta il post sul blog nasce da una riflessione su un vecchio articolo trovato durante una casuale ricerca su google, ma nonostante fosse stato scritto 6 anni fa mi è parso sempre attuale. Le sensazioni dovute a un trasferimento sono sempre presenti e si ripetono ogni volta che qualcuno si trasferisce all’estero.

Ma come scrivo sul blog, non mi trovo concorde su come l’articolo si pone nel voler trasmettere il messaggio che queste cose avvengono per tutti e per tutti generando le stesse reazioni. 

Credo che la quasi totalità delle persone abbia una sorta di culture shock quando arriva in un nuovo paese ma quali possano i trigger o come si possa ad essi reagire è completamente soggettivo e troppo dipende dalla situazione specifica di ognuno di noi.

Forse è un fenomeno che succede anche nei gruppi di italiani che si trasferiscono in altri paesi, non saprei, ma una cosa che mi ha colpito molto nelle reazioni degli italiani che si sono trasferiti in USA è una sostanziale divisione tra chi ci vive bene, si integra – certo con il tempo e purtroppo spesso non senza difficoltà – e chi invece anche dopo anni vive malissimo la sua “nuova”vita americana.

In particolare mi colpisce però la reazione di chiusura che spesso ha questa seconda categoria. Come dicevo ci sono troppe componenti personali e soggettive che determinano il successo del trasferirsi in un altro paese. E chiariamo il successo a livello personale, che può essere rappresentato da un innumerevole lista di diversi fattori. Penso quindi sia normale ci possa essere chi si trova bene e chi no. Chi invece vive male questa nuova realtà spesso da agli altri dell’ingenuo sognatore, nel migliore dei casi, se non dello stolto che non è capace di vedere i mille mila problemi che rendono la vita qui insopportabile.

Perchè questa assolutezza? Alle volte suona come arroganza, molto spesso forse è solo una sorta di meccanismo di difesa e giustificazione della propria situazione. Ma perchè non tenere conto di tutti gli aspetti soggettivi che ci sono in un trasferimento, di come assieme ci siano anche tante situazioni oggettive che possono influire nell’esperienza quotidiana.

Io penso sempre più che soprattutto le seconde vengono troppo spesso sottovalutate in trasferimento in USA. Credo che troppo spesso sia visto come facile e non cosí diverso da quello che si lascia. Ma USA e Italia, o anche più genericamente USA e Europa, sono profondamente diversi anche nelle piccole cose quotidiane.

Ho quindi ripreso l’articolo di Panorama che mi aveva colpito e raccontato cosa per me è cambiato e cosa no alla luce della lista fatta dall’autrice. Se vi va potete leggere qui le mie impressioni.

Cosa è veramente cambiato (per me) vivendo in USA

Io sono la prima fan del fatto che si debba preparare e conoscere quanto più possibile della vita che ci aspetterà in USA, ma ci sono tanti fattori soggettivi che le esperienze altrui poco ci possono aiutare a dissipare e alla fine la variante più grande nel nostro espatrio siamo proprio noi stessi.

Valentina, Parole Sparse


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