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Si scrive New York, si pronuncia Miami

Se provo a tirare le somme sui miei progressi linguistici da quando vivo in USA, mi ritengo sempre poco soddisfatto. Seppur quasi impeccabile nello scritto, quando devo pronunciare suoni o gruppi di lettere che sembrano messi lì a casaccio, mi si arrotola la bocca. Mi si attorciglia la lingua. Mi si stira tutta la faccia. Un cavernicolo.

Sono diverse le parole americane con cui litigo spesso e che all’inizio per me sono state fonte di equivoci, a volte anche imbarazzanti: liqueur, per esempio. Loro lo pronunciano tipo “licker“, perciò vi lascio immaginare quanto rimanessi turbato i primi tempi, quando la barista mi avvisava: “I am going to the liqueur!”, sparendo misteriosamente per qualche minuto. Che sollievo quando capii che in realtà andava nella cantina a rifornirsi di alcolici per il bar e non esisteva nessun… “leccatore”.

Oppure: dairy. Le prime volte che mi recavo nelle cucine per avvisare i cuochi che un certo cliente soffriva di allergia al lattosio, gli chef mi guardavano divertiti, facendo battute sconce, perché il modo in cui pronunciavo “dairy allergy” suggeriva qualcosa che aveva poca attinenza col cibo e molta, semmai, con una cattiva digestione (diarrhea).

Ancora: pitcher. Il primo giorno che una collega mi ha esortato: “Pietro, please take a pitcher!“, mi trovavo nel bel mezzo della sala ristorante, affollatissima. Ho pensato fosse impazzita di colpo, ma giuro che, invece di portarle una caraffa, stavo davvero per prendere il cellulare e scattarle una foto.

Mi consola che, viceversa, anche gli americani paiono poliglotti poco talentuosi: quanta fatica (sprecata) per insegnar loro l’esatta pronuncia della parola “bruschetta”. Temo che, nonostante i miei sforzi, resterà per sempre “bruscèra”.

E quanto arrancano per pronunciare correttamente il mio nome! Lo racconto in “Nomi e soprannomi italo-americani (storpiati)

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