Si scrive New York, si pronuncia Miami

Photo by JACQUELINE BRANDWAYN on Unsplash

Se provo a tirare le somme sui miei progressi linguistici da quando vivo in USA, mi ritengo sempre poco soddisfatto. Seppur quasi impeccabile nello scritto, quando devo pronunciare suoni o gruppi di lettere che sembrano messi lì a casaccio, mi si arrotola la bocca. Mi si attorciglia la lingua. Mi si stira tutta la faccia. Un cavernicolo.

Sono diverse le parole americane con cui litigo spesso e che all’inizio per me sono state fonte di equivoci, a volte anche imbarazzanti: liqueur, per esempio. Loro lo pronunciano tipo “licker“, perciò vi lascio immaginare quanto rimanessi turbato i primi tempi, quando la barista mi avvisava: “I am going to the liqueur!”, sparendo misteriosamente per qualche minuto. Che sollievo quando capii che in realtà andava nella cantina a rifornirsi di alcolici per il bar e non esisteva nessun… “leccatore”.

Oppure: dairy. Le prime volte che mi recavo nelle cucine per avvisare i cuochi che un certo cliente soffriva di allergia al lattosio, gli chef mi guardavano divertiti, facendo battute sconce, perché il modo in cui pronunciavo “dairy allergy” suggeriva qualcosa che aveva poca attinenza col cibo e molta, semmai, con una cattiva digestione (diarrhea).

Ancora: pitcher. Il primo giorno che una collega mi ha esortato: “Pietro, please take a pitcher!“, mi trovavo nel bel mezzo della sala ristorante, affollatissima. Ho pensato fosse impazzita di colpo, ma giuro che, invece di portarle una caraffa, stavo davvero per prendere il cellulare e scattarle una foto.

Mi consola che, viceversa, anche gli americani paiono poliglotti poco talentuosi: quanta fatica (sprecata) per insegnar loro l’esatta pronuncia della parola “bruschetta”. Temo che, nonostante i miei sforzi, resterà per sempre “bruscèra”.

E quanto arrancano per pronunciare correttamente il mio nome! Lo racconto in “Nomi e soprannomi italo-americani (storpiati)

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Pubblicato da pietroprovenzano

Scrittura, Comunicazione, Web: tre passioni che, ad un certo punto, sono diventate un lavoro (Web Content Manager/Copywriter), per conto di una web agency torinese, per la quale ho curato la parte SEO e SMO dei clienti, occupandomi di Social Media Strategy e costruzione di ecosistemi digitali. Ma la vita è sempre piena di sorprese, incontri inaspettati, circostanze impreviste, scelte giuste e scelte sbagliate. Sicché, impegnato tra un progetto e l'altro, ecco che ora mi ritrovo a vivere sull'altra sponda dell'Oceano Atlantico, a svolgere un lavoro totalmente diverso, nel campo della ristorazione. Una storia lunga. Talmente lunga, che ho deciso di raccontarla nel libro: "Tirati su, sei un budda anche tu", le cui vendite su Amazon.it stanno contribuendo ad aiutare un orfanotrofio del Nepal. Se volete saperne di più… Un cambiamento drastico, dunque. Ma come si può notare, è rimasta a farmi compagnia la mia prima passione, quella di sempre, che non mi abbandonerà mai: la scrittura :-)

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