La scuola di settembre insegna alle ombre

In Maryland le scuole hanno chiuso venerdì tredici marzo. Dovevano riaprire subito dopo le vacanze di Pasqua, poi ad aprile, poi a maggio poi… mai.

Siamo a casa da venticinque settimane, centosettantacinque giorni, e sedici ore.

Un’attesa snervante dettata dall’incertezza, dai bollettini di guerra, di infettati e morti e feriti, di proclami e controproclami. Nel frattempo qualcuno di noi si è anche ammalato e ancora adesso stenta a capire dove e quando è stato contagiato… toccando una maniglia, prendendo il carrello al supermercato, scambiando due chiacchiere con il vicino di casa.

La scuola come sempre è il male minore, il terreno imperfetto dove vomitare tutta la frustrazione e la rabbia e l’inadeguatezza di questi mesi. Così, dalle aule di tribunale, ai talk show televisivi fino alle aule del campidoglio è un profluvio di annunci e proclami che iniziano sempre con la stessa protasi: ‘I nostri ragazzi’…

Il primo giorno di scuola ha un odore ben definito.

“Sa di estate ingiallita come carta velina che si mischia all’odore del bianchetto e dei gessetti e dei detersivi e della cera che i bidelli hanno sparso profusamente lungo corridoi che saranno calcati da centinaia di piedi adolescenti, irriverenti e impazienti. E poi c’è l’odore dei nostri alunni, odore di salsedine e di oceano, odore che irrompe e sfonda gli argini e si mischia a quello di bucato, di speranza e di opportunità, di quella voglia di non voler fare pur volendo fare.”

Come glielo spieghi al contribuente che un insegnante a casa il primo giorno di scuola è costretto a guardare dritto negli occhi la sconfitta, ma non la sua, quella della società, che prima non ha saputo dargli risposte e adesso lo biasima. Chi insegna non lo fa quasi mai per soldi, lo fa per ritrovare quegli odori malinconici che sanno di giovinezza e di opportunità.

Il primo giorno di scuola l’estate bussa fuori dalle finestre illudendoci di non essere finita, con il sole di settembre che arroventa le lamiere mentre noi dentro aule inadeguate fingiamo di sentirci intrappolati tra banchi e cattedre. E poi il primo giorno di scuola è fatto di giochi di sguardi, come allo specchio. Gli insegnanti studiano i nuovi studenti che a loro volta studiano loro… è un impercettibile palpitio fatto di movimenti studiati, come in una partita a scacchi. Anche questa è la scuola di settembre che per una pandemia che non abbiamo né creato né contribuito a creare ci è stata tolta. Non ci lamentiamo, ci limitiamo a fare quello che ci dicono di fare.

‘Hey, Mr D., thanks for all you did for me… I am what I am today because of you…’ Kenzie.

‘Dear Kenzie, do not blame me, I tried my best!’

E allora, che un altro anno scolastico abbia inizio: Insegnare alle ombre.

Michele, Ex Cathedra 2.0

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