Good to see you

Noi di Milano di norma veniamo considerati un po’ distaccati, tutti presi dal lavoro, dalla vita frenetica della città, meno inclini alle relazioni e agli affetti. E’ un luogo comune classico in cui ci crogioliamo un po’ e che ci fa sentire più emancipati e più fighi rispetto agli italiani del Sud, tutti famiglia, amore e volemose bene. Io, nonostante le origini meridionali che sfoggio nel mio cognome decisamente sardo, mi sento milanese doc, quindi persona con un’agenda fitta, il passo svelto e poco tempo da perdere.

Da quando vivo negli Stati Uniti, invece, mi sento un incrocio tra Anna dai capelli rossi e un golden retriever abbandonato. Ho scoperto, infatti, che nemmeno la nebbia lombarda è riuscita a sopire il mio naturale bisogno di amici, di relazioni e di lunghe chiacchiere profonde, e l’ho scoperto proprio qui, nel tempio del “c’ho da fa”, che non è molto americano ma rende l’idea.

Gli americani, infatti, hanno sempre da fare. Non è facile stanarli, farli uscire, soprattutto non è facile creare una routine di uscite, quegli appuntamenti ricorrenti che, in Italia, venivano facili facili. Tu saresti disponibile ad aprirgli il tuo cuore e la tua agenda, ti metti a disposizione come un venditore di polizze assicurative, ma loro hanno una vita piena, e uscire con te non rappresenta la priorità del mese. E neanche del mese successivo. Insomma, ti fanno grandi feste quando ti vedono, e tu ti monti la testa, pensi che il tuo fascino ha colpito anche qui, e che diventerai il punto di riferimento del quartiere per cene, feste e lunghe chiacchierate a bordo piscina, o davanti a un caffè.

Pia illusione… Quella singola uscita, quella cena, o quell’aperitivo, non significano niente.
Ma, ma… aveva detto… aveva detto good to see you… Sembrava felice di vedermi, di stare con me.
Niente di personale, l’ha detto, ma ora è finita, torna a casa.
Ma, ma…
Niente ma, torna a casa.

Ed eccomi lì, un golden retriever a cui hanno lanciato una palla da tennis, che ora è rimasto solo nel parco senza nessuno a cui riportare quella dannata palla tutta sbavata.

Ma perché succede questo?
Può essere che siamo davvero diversi? Che concepiamo le relazioni, le amicizie, gli affetti in modo completamente diverso?

Io ho provato (sempre tenendo la pallina stretta tra i denti) a dare una risposta a queste domande… Buona lettura!

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